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SERIE C - La serie C e le regole del caos

04.05.2019 17:33

 

Di Valerio Romito – Mercoledì primo maggio si è giocato il recupero di campionato tra Catanzaro e Viterbese, e se la notizia si limitasse a questo non vi sarebbe nulla di strano o di già visto: peccato si trattasse in realtà della sedicesima giornata di andata, e che il ritorno a campi invertiti fosse già stato disputato quindici giorni prima; peccato anche che, per propri motivi contingenti, i laziali abbiano deciso di schierare una formazione imbottita di giovanissimi lasciando 17 componenti della rosa a casa, comportamento che non si sarebbe verosimilmente verificato se la gara si fosse svolta a dicembre come da calendario, nè esplicitamente vietato dai regolamenti, che però non disciplinano ogni aspetto che riguardi condotte inopportune o, se vogliamo, semplicemente di buon senso. E proprio del buon senso, in questo campionato, si sono perse le tracce.

Qualcuno direbbe che ormai tutto è talmente fuori posto che niente è più fuori luogo: potremmo suggerire ai vertici del calcio di usare questa massima come spot di presentazione del prossimo torneo di terza serie, qualora avessero intenzione di riproporre le “prodezze” che hanno reso, di fatto, l’attuale campionato probabilmente il più irregolare e pazzoide della storia del calcio italiano.

Il catalogo degli orrori sarebbe variopinto ed interminabile: basti ricordare l’inizio posticipato di un mese della stagione, o peggio fino a dicembre per quelle società che, per capriccio del proprio presidente o per vicende giudiziarie legate alla composizione dei campionati, hanno fatto da spettatrici per mesi, per poi essere costrette, da gennaio in poi, a giocare praticamente ogni tre giorni; o l’aver consentito a determinati club di iscriversi regolarmente ai campionati, salvo poi infliggere penalizzazioni monstre per il mancato rispetto proprio di quei parametri economici che costituivano un presupposto necessario alla partecipazione ai tornei, fino alla clamorosa quanto inevitabile esclusione, in corso d’opera, di Pro Piacenza e Matera, precedute dalle partite-farsa con i ragazzini in campo costretti a subire umiliazioni e, ovviamente, con la regolarità di un’intera stagione andata a farsi strabenedire; e che dire delle norme che stabiliscono promozioni e retrocessioni definite a febbraio, fino alla modifica del regolamento sui play out intervenuto a sole cinque giornate dal termine della stagione regolare.

Non si tratta, ad onor del vero, di una situazione del tutto inedita per il mondo del calcio nel bel paese: i più attenti ricordano, a ridosso del “caso passaporti”, come si ebbero ben poche remore a modificare in corsa le regole che limitavano l’utilizzo di atleti extracomunitari, ad evitare che qualche “grande” subisse l’azzeramento del punteggio ottenuto in classifica, e con effetti anche evidenti sull’esito finale della massima serie. Ma si trattò di un caso tanto eclatante quanto circoscritto, dettato evidentemente da quel “vezzo” italico che vede i ricchi, spesso e volentieri, godere di salvacondotti invero vietati ai comuni mortali. Quello a cui invece abbiamo assistito appare figlio di pura e semplice incompetenza, favorita da quell’atavica indifferenza che la Federazione, ormai da troppi anni, riserva al cosiddetto “calcio minore”, e che finisce semplicemente con lo svilire la passione e le aspettative di milioni di tifosi ed appassionati di quei campi di provincia che, invece, dovrebbero costituire l’anima più genuina di questo  sport.

Riteniamo, a volere essere ottimisti, che il fondo sia stato abbondantemente raggiunto, e che il nuovo governo del calcio italiano, la cui estrazione si identifica proprio nella serie C, sappia trarre profitto dai tanti e grossolani errori commessi, intervenendo non solo sulla chiarezza ed intransigenza delle regole, ma soprattutto sulla sostenibilità economica di un torneo che non garantisce alcun introito, in cui quei pochi che riescono a riversare risorse fresche sono consci che si tratti di un investimento a perdere, e che dunque, se le cose non dovessero cambiare, è destinato ad un oblio irreversibile. Con buona pace del calcio (quello vero) giocato.

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